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Aspis
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mwiamwiqAspis (mwigin greco antico ἀσπίς?, aspís) è uno dei mwiwvocaboli che indicava lo mwjascudo nell'mwjqantica Grecia: poteva sia indicare genericamente qualunque tipo di scudo, sia connotare un tipo specifico di scudo in opposizione ad altri.cite-ref-1[1]
Interessato da una notevole evoluzione, dagli arcaici modelli mwkwminoici sino agli scudi appositamente selezionati per le specializzate forze di mwlafanteria dell'mwlqesercito macedone (mwlgIV secolo a.C.), subì, nel corso della storia, massicci cambiamenti in quanto a linea e materiali di costruzione.
Contents
• Storia
• Note
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Tipologia
I diversi tipi di scudo sviluppati nell'antica Grecia, dalla fase proto-storica all'età classica, svilupparono propri nomi distintivi:
• mwnasakos (σάκος), lo scudo a torre dei mwngMicenei;
• mwoadipylon, l'antico scudo dei guerrieri mwogDori;
• mwqgscudo beota, ibrido tra il mwqwdipylon e lmwra'mwrqoplon, probabilmente solo un'mwrgarma cerimoniale;
Come si evince da questo elenco e come viene ben testimoniato da un noto passaggio della mwtamwtqBibliotheca historica di mwtgDiodoro Siculo (mwtw90-mwua27 a.C.), lo scudo rivestì sempre un'importanza tale presso i guerrieri dell'antica Grecia per cui la radice fonetica stessa dalla quale sviluppò il nome delle diverse forze di fanteria fu proprio il nome del tipo di scudo da loro imbracciato.
(greco antico)
«οἱ μὲνπρότερον ἀπὸ τῶν ἀσπίδων ὁπλῖται καλούμενοι τότεδὲ ἀπὸ τῆς πέλτης πελτασταὶ μετωνομάσθησαν.»
(italiano)
«... così i fanti che erano chiamati
opliti
per via del loro pesante scudo, vengono ora chiamati
peltasti
per la
pelta
che portano.»
(Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, 15.44.3)
Storia
Le testimonianze di mwvaepoca minoica (mwvqII millennio a.C.) ci hanno lasciato memoria di mwvgscudi ottenuti stendendo uno strato di pellame secco su di un mwvwtelaio di mwwalegno. La forma complessiva del manufatto, in due lobi sovrapposti, rassomigliava notevolmente ad un "8". Questo particolarissimo scudo veniva portato assicurato alla spalla da un laccio di cuoio, il telamone, che ne facilitava il trasporto durante la marcia. Durante gli scontri tra guerrieri, lo scudo veniva spostato frontalmentecite-ref-2[2].
I mwxgMicenei, eredi della tradizione minoica (seconda metà del II millennio a.C.), svilupparono una nuova forma di scudo, amplificandone le valenze difensive. Il nuovo manufatto, uno scudo "a torre" noto come mwxwsakos (σάκος), concettualmente molto simile al mwyqpavese poi sviluppato durante il mwygMedioevo mwyweuropeo, era alto quanto un uomo, coperto da strati multipli di mwzacuoio mwzqbovino (sino a sette strati), arrotondato all'estremità superiore e bombato centralmente sull'asse verticale. Poteva essere irrobustito dalla presenza di una piastra di mwzgbronzo. Anche questo mwzwaspis, complessivamente molto simile allo scudo in uso presso gli mwaaAssiri, veniva spostato tramite il telamone.
Con l'aprirsi del mwagmedioevo ellenico (circa mwaw1200 a.C.), gli sconvolgimenti politico-militari che gettarono le basi per lo sviluppo della mwbacultura mwbqdorica portarono a radicali sviluppi nell'arte bellica ellenica. Ai primordi dei "Secoli Buii" greci, si diffuse un nuovo tipo di scudo, arrotondato superiormente ma sciancrato nella parte bassa, più leggero rispetto ai modelli minoico-micenei. Concomitantemente con l'emergere dello mwbgstile geometrico nell'mwbwarte greca (circa mwca900-mwcq700 a.C.), si diffuse poi un secondo tipo di mwcgaspis, il mwcwdipylon. Si trattava sempre di un'arma di grandi dimensioni, realizzata sovrapponendo strati di cuoio ad un telaio di legno, avente forma arrotondata alle estremità con due profonde inflessioni semi-circolari, una per lato, nella parte centrale. Il dipylon fu espressione di una casta guerriera le cui competenze andavano superando il vecchio modello dello "scontro eroico" tra campioni verso una mischia di schieramenti organizzaticite-ref-3[3]
Tra l'mwegVIII ed il mwewVII secolo a.C. apparve una nuova forma di scudo: lo "Scudo cavo" (mwfaaspis koile), poi noto come mwfqmwfgoplon (ὅπλον). Un'arma circolare, bombata al centro, realizzata non più solo con legno e cuoio ma irrobustita da una lamina di bronzo, con un innovativo sistema di sospensione che permetteva di assicurarla saldamente al braccio sinistro onde permettere al guerriero una raffinata scherma di scudo-e-mwfwlancia o scudo-e-mwgaspada. I guerrieri armati di oplon (v. mwgqOpliti) venivano disposti in un compatto schieramento noto come mwggfalange oplitica: uno stile di combattimento che avrebbe decretato per secoli la supremazia bellica della mwgwfanteria pesante a discapito delle altre unità militari. Sviluppato probabilmente nella mwhamwhqpolis di mwhgArgo, da cui il nome "scudo argivo"cite-ref-4[4], e primariamente diffusosi presso i grandi centri di mwiwAtene, mwjaSparta e mwjqCorinto, l'oplon venne poi (mwjgVI secolo a.C.) adottato dalle altre città dell'mwjwAntica Grecia e, successivamente, della mwkaMagna Grecia (es. mwkqSiracusa). La successiva egemonia egea sul mwkgMediterraneo (mwkwV secolo a.C.) diffuse l'uso dell'oplon e della formazione a falange presso i popoli interessati da continui scambi/scontri con le potenze del mondo greco: mwlaEtruschi ed mwlqAntichi Romanicite-ref-5[5], mwmgTraci, mwmwEgizi ecc.
Fu solo a partire dal mwnqIV secolo a.C. che l'uso dell'oplon, congiuntamente alla falange "classica", iniziò a decadere, portando a nuove variazioni nella tipologia degli scudi in uso ai Greci.
Nella mwnwGuerra di Corinto (mwoa395 a.C.-mwoq387 a.C.), il mwoggenerale ateniese mwowIficrate ridusse le dimensioni dello scudo onde garantire ai falangiti la possibilità di imbracciare una lancia più lunga, necessarie per tenere lo schieramento nemico a distanza mentre, sui fianchi, le truppe degli schermagliatori (mwpamwpqpeltasti e mwpgmwpwtoxotes) ne assottigliavano le file con il lancio di dardi e giavellotti. Il nuovo scudo in uso agli opliti prese a modello quello dei mwqapeltasti, schermagliatori originari della mwqqTracia, la mwqgpelta (πέλτη), anche nota come "scudo trace", un'arma in mwqwvimini a forma di mwracrescente.
Una cinquantina d'anni dopo le innovazioni ificratee, mwrgFilippo II di Macedonia riformava le forze di fanteria del suo mwrwregno. Il ristrutturato mwsaesercito macedone, la cui somma espressione fu la mwsqfalange macedone, accorpò in sé le varie forze di fanteria, vecchie e nuove, della tradizione greca, tanto quanto i vari tipi di mwsgaspiscite-ref-6[6]:
• Gli mwvgmwvwhypaspistai (lett. "Portatori di scudo") erano una truppa di opliti d'mwwaélite, di supporto al fianco debole dei pezeteri, armati con il solido oplon della Grecia Classica;
• Gli schermagliatori erano lanciatori di giavellotto armati con la pelta dei mwwgTraci.
Il modello dell'esercito macedone dettò la moda nelle forze armate della Grecia e del mwxaMedioriente antico sino a che queste regioni non entrarono sotto la sfera d'influenza dell'mwxqImpero romano, il cui mwxgesercito era costituito primariamente da mwxwlegionari equipaggiati con lo mwyamwyqscutum, un massiccio scudo rettangolare in legno e cuoio rinforzato da una borchia centrale di bronzo.
Note
cite-note-11. ↑ mw0a(mw0qmw0gEN) mw0wHenry Liddell e mw1aRobert Scott, mw1qmw1gἀσπίς, in mw1wmw2aA Greek-English Lexicon, 1940.
cite-note-22. ↑ Ducrey, Pierre (1999), mw3aGuerre et guerriers dans la Grèce antique, Parigi, Hachette Littératures, ISBN 2-01-278986-2, p. 24
cite-note-33. ↑ Greenhalgh, P.A.L. (1973), mw4qEarly Greek Warfare: Horsemen and Chariots in the Homeric and Archaic Ages, Cambridge University Press, pp. 63-83.
cite-note-44. ↑ Durante la mw5qSeconda guerra messenica (ca. mw5g685-mw5w668 a.C.) la città di mw6aArgo aveva sconfitto gli mw6qspartani proprio facendo affidamento sulla sua fanteria organizzata secondo il nuovo, vincente modello di opliti schierati a mw6gfalange; modello di cui i mw6wLacedemoni, a quel tempo, erano ancora sprovvisti. L'eco della sconfitta spartana e la parallela diffusione dell'oplon tra le mw7apoleis concorse a far ribattezzare lo "scudo cavo" come "scudo argivo".
cite-note-55. ↑ Cascarino, Giuseppe (2007), mw8aL'esercito romano. Armamento e organizzazione: Vol. I - Dalle origini alla fine della repubblica, Rimini, Il Cerchio, ISBN 88-8474-146-7, pp. 54-56.
cite-note-66. ↑ Lane Fox, Robin (1981), mw9qAlessandro Magno, Torino, Einaudi, pp. 71-74.
Bibliografia
Fonti primarie
• mw-wDiodoro Siculo, mw-amw-qBibliotheca historica
• mw-wEsiodo, mwaqamwaqeLo scudo di Eracle
Fonti secondarie
• Ducrey, Pierre (1999), mwaqoGuerre et guerriers dans la Grèce antique, Parigi, Hachette Littératures, ISBN 2-01-278986-2
• Greenhalgh, P.A.L. (1973), mwaq0mwaq4Early Greek Warfare: Horsemen and Chariots in the Homeric and Archaic Ages
• Grguric, Nicolas; [ill.] McBride, Angus (2005), mwaraThe Mycenaeans: c. 1650-1100 BC, Oxford, mwareOsprey Publishing, ISBN 1-84176-897-9.
• Heckel, Waldemar; Jones, Ryan; [ill.] Hook, Christa (2006), mwarqMacedonian Warrior: Alexander's elite infantryman, Oxford, Osprey Publishing, ISBN 1-84176-950-9.
• Sekunda, Nick; [ill.] Hook, Adam (2000), mwarcGreek hoplite, 480-323 BC, Oxford, Osprey Publishing, ISBN 1-85532-867-4.
• Sekunda, Nick; [ill.] Hook, Adam (1998), mwaroThe Spartan Army, Oxford, Osprey Publishing, ISBN 1-85532-659-0.
• Sekunda, Nick; [ill.] Hook, Adam (1995), mwar0Early Roman Armies, Oxford, Osprey Publishing, ISBN 1-85532-513-6.
• Sekunda, Nick; [ill.] McBride, Angus (1986), mwasaThe Ancient Greeks, Oxford, Osprey Publishing, ISBN 0-85045-686-X.
• Sekunda, Nick; [ill.] McBride, Angus (1984), mwasmThe army of Alexander the Great, Oxford, Osprey Publishing, ISBN 0-85045-539-1.
• Warry, John (1995), mwasyWarfare in the Classical World, University of Oklahoma Press, ISBN 0-8061-2794-5.
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